giovedì 29 ottobre 2009

Ginza photopost

La sera del 12, dedicammo la tarda serata ad una passeggiata a Ginza.
Vista la velocità con cui attraversammo il quartiere (eravamo alla ricerca di un posto buono e non troppo costoso dove mangiare... come siamo finiti allo Starbucks locale proprio non lo ricordo^^), pubblico solo alcune foto.
Ci rifaremo la prossima volta!!


Il famoso orologio "neo-neoclassico" dei grandi magazzini Wako, uno dei più famosi e prestigiosi depato di Tokyo, fondato nel 1881 e specializzato, nei suoi primi anni, proprio in orologi e gioelleria.

 

  Il panorama della Ginza dori, con il famoso San Ai building sullo sfondo.



Sempre il San Ai building visto da vicino. Siamo in uno dei più frequentati i ncroci del Giappone: quello tra la Ginza Dori e la Harumi Dori.  Al primo piano si trova una caffetteria davvero affollata! Qualcuno ha scritto "sembra che tutta Tokyo si trovi lì verso la fine dell'anno, come se dovesse incontrare tutte le persone della sua vita". Molto azzeccato, a mio parere!



Infine, una nuova gigantesca presenza a Ginza, un palazzo in costruzione in stile "Turning Torso", ancora privo dei neon e dell'appeal che avrà quando diverrà uno dei tanti effimeri organi vitali di questo quartiere in perenne metamorfosi.
Chissà come sarà quando torneremo a vederlo!

domenica 5 luglio 2009

Lost&found: come perdersi ed avere in omaggio una sorpresa!

Era circa l'ora di pranzo quando uscimmo dallo Hase Dera, nonostante fosse Ottobre inoltrato faceva un certo caldo, così decidemmo di dirigerci verso la stazione effettuando a ritroso il percorso della mattina. Lungo il percorso avremmo trovato dove mangiare qualcosa e dopo avremmo deciso dove andare. Non possedevamo una mappa di Kamakura, quindi non soprenderà chi ha letto alcuni post precedenti il fatto che a un certo punto non riconoscevamo più la strada!

Una delle guide sul Giappone che ho consultato suggeriva di perdersi spesso, perchè solo così si scoprono angoli che non si immaginerebbero, perchè solo così si scopre la sua anima più generosa e genuina. E se c'è un posto in cui non mi sono pentito di essermi perso quello è proprio Kamakura. Ricostruire il percorso che facemmo è stato piuttosto difficile anche con l'ausilio di Google Maps e Street View, ma paradossalmente avevamo imboccato una strada giusta senza volerlo.



Nella foto, la zona vicino all'incrocio tra la prefetturale 32 (che porta al Daibutsu) e la 311 che conduce vicinissimo alla stazione.
I vari negozi sparsi lungo la via erano un pò aperti un pò chiusi, ed era lontana l'animazione che avremmo trovato per le vie qualche ora più tardi, man mano che il pomeriggio avanzava. Più proseguivamo lungo la 311, più la zona turistica svaniva per lasciar posto ad abitazioni private, con pochissimi negozi di quartiere che coloravano in maniera tenue il paesaggio.



Forse è stato questo ad ingannarci. Dopo aver percorso circa un chilometro, infatti, decidemmo di prendere una traversa alla sinistra, convinti (giustamente) di aver sbagliato strada. Peccato che la traversa ci abbia fatto allungare il percorso per la stazione, che avremmo trovato - del tutto fortuitamente - poco meno di un chilometro dopo!
Svoltammo in un vicoletto vicino ad un luogo chiamato Sasamemachi, molto stretto ma decisamente più pittoresco della 311.



Non ricordo più il numero di volte che cambiammo strada dopo quella svolta, con i vicoli che si facevano più stretti, verdeggianti e in pendenza.
Fu per pura fortuna che dopo aver percorso tantissima strada, sbucammo in una strada più larga, la prefetturale 21, esattamente nel punto in cui svolta per costeggiare il perimetro del grande tempio Tsurugaoka Hachimangu. L'omino di Street View nella parte sinistra della foto indica il punto dove arrivammo, l'ingresso del tempio è visibile al centro della foto.



Rimanemmo esterrefatti dal solenne Torii rosso e dall'incrocio su cui si apriva una larghissima arteria che arrivava fino a dove la vista era in grado di coprire (di fatto fino al mare, per oltre due chilometri). Non sapevamo nulla di questo tempio!



La visione fu uno spettacolo. Il tempio saliva su, inerpicandosi lungo un pendio e preseguendo la linea visuale che partiva dal mare.
Attraversammo il torii e ci avviammo verso il ponte che segnava l'ingresso del tempio. La fame poteva aspettare!

venerdì 17 aprile 2009

Kamakura - sweet intermission

Una volta usciti dal Kotoku-In ci siamo trattenuti a curiosare nella miriade di chioschetti e bancarelle che popolano la strada prefetturale 32. Dal momento che la natura da "turista acquistatore di oggettistica" risiede in tutti noi e non attende altro che sfuggire alla nostra vigilanza per sfogarsi in un'ondata di acquisti colorati e un pò inutili, noi abbiamo sguinzagliato la nostra tra i banchi di questi negozi portando via un pò di tutto: omamori, bambole Daruma (o Dharma), cartoline, una campana di bronzo (bè, forse non di bronzo, ma fa un suono spettacolare: altissimo e sostenuto) ed altre cosettine che solo l'attenta mente di mia moglie Federica può ricordare!
Ricordo anche gli assaggi che i venditori di dolcetti ci offrivano ad ogni passo. Oltre ai classici senbei, che apprezzo pur non essendone un grande fan, mi sono leccato i baffi quando ho provato dei biscotti a forma di Daibutsu (ebbene si, anche se alla fine immagino fossero una forma "turistica" di Dorayaki) ripieni di Anko, la marmellata di Azuki, i famosi "fagioli rossi".
L'italiano può avvicinarsi ad una marmellata fatta di fagioli in maniera titubante, ma posso assicurare che si tratta di una verà bontà se siete - come si dice dalle mie parti - una "bocca dolce"! Credo abbia giocato a mio favore anche il fattore sopresa, ossia il sapere cosa si è mangiato solo dopo l'assaggio ^^
L'immagine in apertura di post rappresenta alcuni negozietti in cui abbiamo fatto i nostri raid e sebbene in foto sembrino un pò grigi, dal vero sono abbastanza vivaci e colorati.

Passeggiando lungo la strada 32 in direzione del mare siamo arrivati al tempio Hase in una decina di minuti, non senza aver fatto un'altra sosta dall'alto tasso glucidico presso il chioschetto che vedete nella foto sotto, dove abbiamo potuto assaggiare una bomba calorica con pochi eguali!

Vedendo alcuni turisti tedeschi che addentavano una sorta di grossa focaccia bianca dall'aspetto invitante (grazie alla pazienza di Shiho siamo riusciti a ricostruire anche il nome, Manju), ci siamo avvicinati al chiosco e abbiamo chiesto alla signora al banco di cosa fossero ripiene. Queste furono le risposte:

1) Carne. Non essendo ora di pranzo abbiamo preferito lasciar testare la cosa ai teutonici avventori, evidentemente dotati di robusti stomaci.
2) "Blueberry". Ah, marmellata di mirtilli.

"Bene" ci siamo detti. Dopo un'overdose di marmellata di castagne, dovuta alla piacevole tendenza giapponese di omaggiare i cambi di stagione valorizzandone tutti gli aspetti, ivi compresi quelli legati alla cucina, un piccolo cambiamento non poteva che essere ben accolto!

Lascio a Federica l'onore di assaggiare la prelibatezza; lei da un bel morso al dolce e - tragedia! - il dolce strabordava di marmellata di castagne!! Ora, per usare un eufemismo, Fede non ama molto la marmellata di castagne. Al me, al contrario, piace, quindi mi sono offerto di far fuori il resto del dolce, ma devo dire che ho avuto le mie belle difficoltà: ci avranno messo dentro almeno un intero vasetto di marmellata!
Nella foto, il chioschetto incriminato. Se la gentile signora vi dice una qualsiasi parola inglese che finisce con "berry"...chiedete una seconda volta!!


Mentre Fede si rifaceva la bocca sgranocchiando senbei, io credo di aver percorso la strada che ci separava dal tempio Hase con una camminata che mi ricorda Joe Cocker! Per fortuna avrei avuto
modo di smaltire gli zuccheri in eccesso con una lunga, lunga passeggiata. La giornata era appena cominciata!

mercoledì 25 febbraio 2009

Old Kyoto

A Parigi c'è uno scampolo d'oriente raccolto tra le Rue des Pyramides, St.Honorè e St.Anne, dove le suggestioni, i sapori e le culture di Cina, Giappone e Corea si intrecciano, punteggiano il territorio caratterizzandolo, trasformando un antico quartiere medievale in un luogo che non è più del tutto Francia, nè un'enclave di culture lontane desiderose di isolarsi.

Qui, proprio in Avenue des Pyramides, all'incrocio con Rue de l'Argenteuil, si trova la Librairie Japonaise Junku, due piani di pubblicazioni direttamente dal Sol Levante. L'ampio piano terra è dedicato alla letteratura, i saggi e le riviste ,i cui argomenti spaziano dalle arti visive, alla tecnologia, alla moda, al gossip sulle/gli idol di successo; mentre vicino all'uscita si trova una scala a chiocciola che conduce ad un seminterrato più piccolo, zeppo di manga e artbook. Nell'ormai lontano 1997 uscii da quel luogo dopo aver rimpolpato la mia già cospicua collezione di fumetti che non ero in grado di leggere, tra i quali quel capolavoro di montaggio ed eleganza grafica che risponde al nome di Clover. L'opera delle Clamp è uno di quei rari casi di fumetto di cui è meglio non conoscere davvero i testi: che delusione, anni dopo, scoprire l'inconsistenza della narrazione, povera quanto era ricca la forma visiva!

Tornato da Junku nell'Ottobre del 2008, ad un anno dal mio rientro dal Giappone, non volendo comprare nulla che non fossi in grado di leggere, mi aggirai per la libreria come un'anima in pena per almeno un'ora!
Non era facile uscire a mani vuote da un luogo in cui c'è una parte consistente del mio immaginario!

Per fortuna c'era anche una piccola sezione dedicata alle edizioni in lingua inglese e francese, dove ho scovato una perla che credo mi sarà utilissima nel prossimo viaggio in Giappone.

Si tratta di "Old Kyoto" di Diane Durston, una guida dettagliata alla Kyoto da vivere aldilà degli itinerari più noti, considerata una sorta di "bibbia" dai lettori angolofoni. Non si tratta di una guida turistica, mancando ogni riferimento a monumenti e templi. Old Kyoto si propone di aiutare il lettore a vivere appieno quei tempi che il turista distratto considera riempitivi tra un'attrazione e l'altra, ma che costituiscono il collante del viaggio vero, il nucleo dell'esperienza vissuta in un paese straniero.

Dal profumo di foglie di the che nasce dall'Ippo-do, il fornitore dell'antica casa imperiale e presenza rassicurante di Kyoto da circa un secolo e mezzo, che vi offrirà più di trenta varietà di matcha, agli aromi delle pitture del Saiun-do, le Nuvole Dipinte, dove furono realizzati pennelli per i più famosi artisti e designer di tutto il mondo, ogni consiglio è uno stimolo per i sensi e la mente.

Un percorso di arricchimento e conoscenza, qualcosa che renderà il viaggiatore, se non in grado di comprendere la mentalità della vecchia capitale, almeno di portarne con sè un frammento di anima, quella parte che non si può trovare nelle pur affascinanti visite ai suoi monumenti fondamentali.

mercoledì 7 gennaio 2009

Sconosciuti in treno (o verso Kamakura)

L'undici Ottobre era l'ultimo giorno di validità del nostro Japan Rail Pass. Avevamo già deciso di impiegarlo per andare a Kamakura, così ci siamo diretti in stazione per prendere il treno regionale per Kamakura.

Non avevamo ancora visto la stazione di Shinjuku all'ora di punta mattutina, tra le 7:30 e le 9 circa, siamo rimasti letteralmente impalati di fronte all'impressionante marea di persone che ci si è parata davanti all'incrocio del Lumine 2 sulla Koshu Kaido (photo by unstoppabot, see the original here, used under CC license). Migliaia di persone, per lo più uomini vestiti di nero e donne in tailleur grigio, attraversavano la strada in direzione opposta alla nostra, affrettandosi verso il posto di lavoro. La scena che mi è subito tornata in mente è quella in cui Neo entra per la prima volta all'interno di Matrix.
Subito dopo, ricordai quando da bambino, in campagna, inciampai per la prima volta in un formicaio, distruggendolo e causando la fuga impazzita di migliaia di formiche che si urtavano a vicenda, senza capire esattamente cosa dovressero fare.

Ho perso il conto di quanti urti involontari abbiamo subito fino all'arrivo al treno. Le stazioni di Tokyo all'ora di ingresso al lavoro mi hanno dato l'idea di una zona franca dove ogni regola della rigida etichetta giapponese viene ignorata; si può subire di tutto senza udire una parola di scuse.

Sul treno per Kamakura, uno di quei treni locali senza posti numerati, trovammo una rivista di manga dedicata, in apparenza, ad un target di salary man, dal momento che quasi tutte le storie sembravano ambientate in contesti lavorativi.
Sfogliai la rivista finchè non si sedette accanto a noi una signora sui quarantacinque anni che rimase in silenzio ad ascoltare me e Federica parlottare (lo confesso: non facciamo altro; il silenzio tra noi è un concetto meramente astratto) fin quando non decise di rompere il ghiaccio con la consueta domanda sulla nostra provenienza.

Accertatasi che eravamo italiani, ci chiese che tipo di lavoro facevamo. Chiarito anche questo punto, iniziò il vero discorso che forse le premeva affrontare.

"Voi tornate a pranzo alle vostre case?", chiese.
"Noi no perchè abitiamo troppo lontano, non riusciamo ad andare e tornare nel tempo della pausa pranzo. Ma chi può, lo fa".
"Allora pranzate con la vostra famiglia".
"Quando è possibile si. Noi possiamo solo a cena".
"Molti uomini giapponesi a volte trascorrono le ore dopo il lavoro coi colleghi e non tornano a casa neppure per la cena", incalzò lei.
Cercammo di essere un pò diplomatici rispondendo che da noi era un prassi poco o per nulla diffusa, ma si capiva che la nostra interlocutrice non approvava questo tipo di stile di vita ed era (o appariva) interessata alle usanze di una società - come quella italiana - nota per tenere in forte considerazione i legami familiari.

"Nel weekend, voi mangiate con la vostra famiglia? Vedete i vostri genitori?"
Devo dire che se la signora era alla ricerca di uno stereotipo dell'italianità percepita dagli stranieri, almeno per quanto riguarda l'ambito familiare, poteva dire di aver fatto tombola.
"Di solito andiamo a mangiare dai nostri genitori almeno una volta alla settimana", rispondemmo.
Un pò più triste furono i suoi: "Da noi si usa poco" che usava per intercalare di quando in quando le nostre risposte.

Alla fine, però, la signora sembrò essere in qualche modo molto compiaciuta delle nostre risposte. Alla fine del nostro dialogo, dopo che lei ebbe tessuto per qualche minuto le lodi dell'ex calciatore Hidetoshi Nakata, ci congedammo alla stazione di Kamakura.

La domanda dietro una discussione dal gusto per certi versi surreale è semplice quanto inquietante: una persona interessata a cose simili lo fa per verificare la validità del proprio stile di vita o perchè - senza mezzi termini - lo si trova profondamente sbagliato?

Ho paura che, per noi come per loro, sarà una domanda senza risposta.

venerdì 10 ottobre 2008

Aria di casa da Kenzo

Qualche giorno fa - sembra trascorsa quasi un'eternità a dire il vero - passeggiavo con Federica per le strade nei dintorni di Rue St.Honoré quando, arrivati in una piazzetta, ci siamo ritrovati di fronte alla vertrina di Kenzo.

I riferimenti al Giappone, nell'abito e nella scenografia mi sembrabno abbastanza evidenti; lo sarebbero ancora di più se si potesse vedere il piccolo tocco di rosso sulle labbra del manichino. Tuttavia quella maschera bianca, che richiama il candore dei volti icona della bellezza femminile giapponese ha per me un'aria più familiare.
Sarà una mia certa inclinazione per la dietrologia (Marras è dal 2006 l'ideatore del boutique concept della maison e proprio il giorno è stato nominato direttore artistico generale), sarà la tipicità del modello ma, non fosse altro per la scelta di usarla, in quella maschera io non riesco a non vedere un velato riferimento ad un'antica maschera bianca di casa in Sardegna.

sabato 4 ottobre 2008

Let them see kitsch

Ossia "lascia che vedano il kitsch", come recita l'aforisma con cui il quotidiano The Independent ha ribattezzato la mostra di Jeff Koons ospitata nelle sale della reggia di Versailles.

Per una serie di circostanze tanto fortuite quanto non del tutto imprevedibili, Versailles è stato il primo posto che ho rivisto in questo mio terzo viaggio a Parigi e devo dire che inizialmente la presenza delle opere di Koons, noto in Italia solo per essere stato il marito di Cicciolina, mi ha indisposto un poco. La sensazione che ho provato inizialmente è stata quella di una profanazione di un luogo sacro per l'arte da parte di un personaggio che, come molti altri di questi tempi, nasconde dietro l'etichetta di provocazione artistica la sua pochezza e le esagerate quotazioni di mercato.
Superato il pupazzo di palloni gialli (in realtà acciaio cromato) posto nella grande corte intera, tra gli ingressi detti "A" e "B", la sensazione si era rafforzata. La collocazione dell'opera sembrava una sterile provocazione che l'accostamento del giallo oro dell'acciaio con la doratura delle inferriate del castello non giustificava.

All'interno la mia impressione iniziale è lentamente mutata, il contesto era più circoscritto e questo permetteva di fare alcune constatazioni interessanti. Sebbene soffrissi un pò nel vedere che le grandi op
ere del Veronese venivano letteralmente ignorate in favore di un gigantesco cane fatto di palloncini d'acciaio, cominciavo a vedere qualche possibile lettura.

La grandeur è una cosa costruita, che si regge su un equilibrio precario, basta un solo evidente elemento di rottura per sgretolare un intero impianto retorico con effetti devastanti. Questo è maggiormente evidente nell'i
nstallazione detta Lobster, dove una grande aragosta dai baffi all'insù (subito ho pensato a Dalì e alle sue altrettanto contestate provocazioni) è appesa nel prestigioso Salon de Mars. 
Tuttavia, se tutto si limitasse a questo, al gusto del contrasto stridente, della dissacrazione di un " santuario dell'identità francese" (parole non mie ma di un esponente dell'estrema destra locale, giusto per renderci conto che siamo in buona compagnia ad ogni latitudine), rimarremmo nel campo della pochezza, del già visto e potremmo lasciare il nostro in compagnia di Damien Hirst e dei tanti piccoli Avida Dollars minori che costellano questi nostri anni.

Solo entrando nella Sala degli Specchi e si osserva da lontano la grande luna blu di acciaio che riflette gli infiniti riflessi della sala, ci si accorge della presenza di qualcosa di più: dialogo a volte, come in questo caso, sfida o azzardato paragone in altre. 
La collocazione di un grande cerchio di acciaio sembra scontata, dato il facile accostamento con gli specchi già presenti, ma non manca l'elemento di contrasto: il riflesso circolare deformante che pare voler piegare quello moltiplicatore e regolare (retorico?) degli specchi posti sulle pareti laterali.

In alcune sale Koons sembra quasi voler inscenare una sorta di competizione parodistica con la grandiosità delle opere del periodo del Luigi XIV, come quando colloca un suo magniloquente busto autoritratto, scolpito nel marco bianco, in posizione centrale all'interno di una sala, con un grande arazzo a fare da sfondo, mentre relega un suo busto del Re Sole, in acciaio, in un canto di un sala adiacente. Qui, oltre ad una precisa volontà di ribaltare i ruoli (marmo per sè, acciaio - materiale "povero" quanto appariscente per il bisto del re), di promuovere la proprio leggenda al pari di quanto fece il sovrano francese, si nasconde anche un'infida domanda. Dove inizia il kitsch e a quali condizioni? Forse, immortalandosi nel marmo, Koons intende trascinare con se nel ludibrio riservato al kitsch anche le solenni opere del palazzo. 

Forse non è un caso neppure la collocazione di una leggenda contemporanea di Michael Jackson in una sala dove spicca il busto di Luigi XIV realizzato da Gian Lorenzo Bernini. Ciò nonostante, diversamente da quanto capitato in precedenza, il lavoro del maestro italiano. Se competizione esiste o era intesa, Bernini - primo creatore di un'arte a un tempo classica e spettacolare - con la sua capacità di creare letteralmente un soggetto diverso al cambio del punto di vista, rapisce lo sguardo e cattura ancora l'attenzione ed il sense of wonder dopo 400 anni, come l'americano, in un contesto differente, difficilmente potrebbe fare.

Nonostante le mie diffidenze iniziali, la mostra di Koons mi ha catturato, realizzando almeno in parte l'obiettivo che si era prefissa, che molti erroneamente identificavano nella mera autocelebrazione.
L'impressione finale è che la maggior parte dell'interesse sia creato da un'attento studio della collocazione delle opere, rendendo quasi la mostra stessa una grande installazione, somma di tutte le opere in essa contenute. Mi auguro per Koons che sia egli stesso il curatore, diversamente i suoi collaboratori avrebbero fatto un lavoro artistico migliore del suo, dando peso a qualcosa che in un contesto differente non avrebbe, o avrebbe in misura assai ridotta.

Ho provato, per pura curiosità, a decontestualizzare i lavori che avevo visto, pensandoli in un normale luogo espositivo, un museo o una galleria. Ho cercato su internet foto altre opere poste in ambienti differenti. Niente è stato in grado di risvegliare l'interesse che ho provato a Versailles. Prese in sè le opere di Koons sono un'acqua piatta, se si esclude il poco interesse che si può provare per il moderno trattamento della materia metallica.

L'insipienza realizzativa, l'ignoranza o il disinteresse per quell'artigianato da cui l'arte ha tratto per secoli la sua sostanza, resta uno dei limiti di Koons e di molti artisti contemporanei; alcune sue opere sono state in tutto o in parte realizzate da altri (una scultura in legno è stata realizzata - strano - da artigiani italiani) e soltanto concepite da lui, segno di come ormai l'arte si consideri concentrata solo nel momento creativo astratto e non nell'atto di conferire forma alla materia secondo  un preciso linguaggio senza il quale essa rischia di appiattirsi in un pensiero mediocre in cui anche i livelli di lettura non immediati si limitano ad ormai stantii clichè, non per caso kitsch.

Solo io ho l'impressione che quest'arte contemporanea sia morta da almeno 20 anni?
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