mercoledì 31 dicembre 2008

Akemashite omedetō - Buon 2009 a tutti!

Anche questo 2008 un pò disastrato è giunto al termine. Rispetto a ciò che possono dire molte altre persone, non avrei diritto di lamentarmi; la crisi mi ha toccato relativamente, ho trovato un nuovo lavoro, ho persino potuto fare qualche giorno di viaggio, per quanto brevissimo.

Tuttavia è stato anche un anno statico, dove poco è cambiato ed alcune "grandi speranze" - per dirla alla Dickens - non si sono concretizzate.
Ecco, lascio queste speranze alle cure del 2009, sperando che tocchino coloro che mi stanno intorno prima ancora di me.

Temo che non vedrò il Giappone prima del 2010, ma spero almeno che il 2009 sia un anno di "attesa e preparazione", dove io e Fede potremo pianificare tutto ciò che abbiamo dovuto forzatamente trascurare nel viaggio di nozze del 2007.

Il 2009 porterà, spero, la SJCP che, nonostante la "J" non è un attesatato di Giapponese ma una certificazione software per il linguaggio Java così, forse, potrei dedicarmi - perchè no? - a un corso base di Giapponese.

Mi piacerebbe rendere meno virtuale la conoscenza di alcuni blogger nippofili con cui ho avuto il piacere di scambiare qualche parola in questo anno e mezzo seguito al mio ritorno da Tokyo. Ho avuto il piacere di incontrare alcune volte Nicola, i cui auguri ho avuto il piacere di ricevere mentre digitavo le prima parole di questo post. Chissà che il 2009 non porti altri incontri.

Mi piacerebbe che la casa assumesse un aspetto definitivo.
Vorrei tornare a scrivere qualcosa. Anche se so che a trentacinque anni non sarò mai uno scrittore, nè un fumettista e forse neppure l'aspirante che ero dieci anni fa.
Ma proverei, almeno, il piacere un pò egoista che da il nutrirsi di un mondo creato con le nostre mani.

E poi...altro, ma per ora non lo rivelo qui. E' uno di quei desideri che se li riveli non si avverano.



Lascio questa poesia che trovai al Nanzen-ji di Kyoto il primo giorno in cui vidi il Giappone. Non ricordo cosa dicesse esattamente.
Ricordo che raccontava di un fiore. Ricordo che aveva a che fare con la vita.

Ricordo vagamente che alla fine di quelle poche righe molte cose avevano un senso.

Tutto qui. A mezzanotte, spero, festeggerò con coloro che amo. Intanto, in Giappone è mezzanotte.
Akemashite omoedetō, buon 2009, ovunque voi siate.

domenica 28 dicembre 2008

10 ottobre 2007 - Tokyo: Shibuya

Siamo arrivati alla stazione di Shibuya della Yamanote Line appena dopo il tramonto. Per dirigerci verso la famosa uscita di Hachiko bastava seguire lo sciame di adolescenti multicolori in libera uscita. Trovare la famosa e omonima statua, dedicata al cane del professor Hidesaburō Ueno, che attese il padrone alla stazione di Shibuya fino al giorno della propria morte, è stato un pò più difficile, attorniata com'era da decine di ragazzetti e ragazzette in attesa di amici o fidanzati. Il fatto, poi, che questa sia relegata in un angolo poco appariscente dello spiazzo antistante il colossale incrocio di Shibuya di fronte al Center Gai non aiuta di certo.
Mente scattavamo le foto di rito, una ragazza ci interrompe chiedendoci se abbiamo bisogno che ci scatti una foto. Sebbene fare foto a due tenendo la macchina ad un metro dalle nostre facce con braccio tremante non fosse in effetti il massimo della vita, c'era un altro motivo dietro la gentile offerta della signorina; infatti subito dopo aver scattato un paio di foto ci ha chiesto: "Siete italiani?"
Sebbene la cosa sappia molto di luogo comune, non sono pochi i giapponesi che, con italiani e francesi, compiono lo sforzo culturale di superare l'impasse della "molestia allo sconosciuto gaijin".
Alla nostra risposta affermativa, la sventurata chiese da quale città provenissimo. Provammo a prenderla alla larga dicendo che provenivamo dalla Sardegna ma la cosa, era prevedibile, generò il consueto ed imbarazzato, seppur breve, silenzio.
La nostra non si perse d'animo e ci elencò le città che che conosceva: Firenze, Roma e Venezia. Niente di male, neppure io conosco molto del Giappone aldilà di Tokyo, Kyoto e Kamakura. Non si poteva pretendere che lei conoscesse Cagliari. Ad ogni modo, ci congedammo da lei con una lunga serie di ringraziamenti ed una piccola reclàme in favore della nostra isola, finora appannaggio di pochi lungimiranti nipponici.

Dalla foto all'inizio del post e dai pochi secondi presi con la fotocamera all'uscita della stazione, potete farvi un'idea della folla che invade Shibuya ogni sera e del tripudio di luci che investe appena si esce dalla metropolitana.







Neppure Akihabara ha la stessa, luccicante varietà.

Dopo aver attraversato il mare in tempesta dello "scramble" dinanzi alla colossale facciata vitrea Q-Front, reso famoso fuori dai confini Giapponesi da "Lost in Translation", abbiamo tagliato lungo Center Gai, una delle vie più famosi per lo shopping giovanile, dove si possono incontrare le Gyaru e le loro controparti maschili, i Gyaru-o ("o" sta per otoko, uomo), nelle loro mille varanti, dalle Ganguro (photo by diabolikkitsuney)




alle Himegal (photo by !rc)

Ci sono almeno una ventina di differenti varianti di Gyaru e Gyaru-o, ciscuno con peculiarità precise quanto appariscenti.

Tra un negozio e l'altro, ci infiliamo prima da HMV, uno dei tanti super negozi di musica e film di Tokyo. HMV occupa sei piani ed è in realtà di origine inglese; è l'acronimo di His Master's Voice..."la voce del padrone"! Sia HMV che gli altri negozi simili non sono molto diversi dalle varie FNAC sparse per l'Europa, se si esclude l'ovvia e sterminata quantità di musica giapponese; da HMV c'era praticamente un piano dedicato al solo J-pop!
Notarella a margine: dentro questi mefistofelici centri commerciali il tempo va via come il rosso a capodanno, infatti, dopo oltre un'ora trascorsa a spulciare i dischi più bizzarri (e ad ascoltare a scrocco il meno originale - per un italiano - ultimo CD dei Foo Fighters) siamo risaliti verso l'edificio principale del 109 (Ichi-maru-kyu), megastore di riferimento per le Gyaru che stazionano a Shibuya.

Ci sono tante differenze culturali tra italiani e giapponesi, ma la concezione della moda è una delle più evidenti. Nonostante gli stilisti italiani e francesi siano i più ammirati (le borse di Louis Vuitton sono ovunque, e non sono contraffatte), il minimalismo è pressocché sconosciuto e, nell'entrare da 109 bisogna abbandonare ogni idea italiana sull'abbinamento dei colori e lo stile in generale. Questo è il mondo dove più si evidenzia la creatività giapponese nei pochi momenti in cui una persona giovane ha la possibilità di esprimersi (nell'età adulta questo spazio si ridimensiona drasticamente).

In un negozio al primo piano, comunque, Federica trova una camicia che le piace e chiede ad una commessa-gyaru di provarla, ma questa le dice che non è possibile. La interrompe una collega con un tono abbastanza severo, poi in inglese dice qualcosa come "no, lei può provarla".
Questa cosa ci ha lasciato abbastanza incuriositi. Perchè Fede poteva provare la camicia e "altre no? E chi erano queste altre? Non lo so, ma una possibile risposta può essere che alcune gyaru hanno la nomea di curare poco l'igiene personale, sebbene questa sia solo una diceria.
Siamo usciti da 109 con la camicia di Fede ed un maglione nero leggero ed esageratamente lungo, che calzava a pennello ad uno dei pennelloni/commessi locali ma, ho idea, non altrettanto a me. Se pensate che i giapponesi siano bassi, cambierete idea ben presto (Photo by jpellgen). Dopo qualche passo in Dogenzaka, siamo tornati indietro verso Center Gai e - dopo aver abbandonato l'idea di mangiare nell'affollatissimo Starbucks del Q-front ci siamo infilati in una stradetta laterale, dove abbiamo mangiato in una panetteria danese dove abbiamo potuto dare un'occhiata tranquilla al flusso incessante della gente a Shibuya.

Un'ultima cosa mi ha lasciato perplesso. I due personaggi al margine sinistro della foto (quelli dal look curato dalla versione sotto acido di Jack Sparrow) non facevano altro che fermare le ragazze risultando, alle volte, persino troppo insistenti per quelli che vengono considerati gli standard giapponesi. In effetti, anche il look è sospetto, che siano gli adescatori di cui parlava anche Rob?

martedì 2 dicembre 2008

10 ottobre 2007 - Shinjuku Est (updated)

Lasciatoci alle spalle il grande schermo dello Studio Alta, e lo sfavillio dell'elettronica "deko", ci siamo addentrati nella parte est di Shinjuku: quella dei locali dei mille neon della Yasukuni Dori, dello shopping e degli angusti locali della Golden Gai presenti nel quartiere dall'immediato dopoguerra, sede di arte più o meno ufficiale e stili di vita eterodossi.

Certo, di giorno l'impatto della grande Yasukuni non è certo quello della notte multicolore ma troviamo comunque di che guardarci intorno.

Siamo in Giappone da quasi una settimana, dovremmo cominciare ad essere abituati allo spettacolo che ci si para dinanzi, ma il numero di negozi in rapida sucessione riesce comunque a toglierci il fiato.

La prima cosa che notiamo, però, è uno angolo denominato "Clean Shinjuku", un angolo dedicato ai fumatori, dove possono fumare senza - forse - essere guardati con riprovazione e senza sporcare la strada di mozziconi. Ne avevamo già visto uno nel cortile del nostro hotel, il Washington, a Shinjuku Ovest, ma sulle prima avevamo pensato fosse un ambiente privato, creato dai gestori dell'hotel.

In realtà questi angoli per fumatori sono dei luoghi pubblici. Nonostante io sia un non fumatore, questo angolo mi ha dato l'impressione di ghetto; ho trovato curioso, tra l'altro, che l'accento fosse posto più sulla pulizia delle strade - il bene collettivo - rispetto al bene individuale della salute di chi fuma.

Proseguendo lungo la Yasukuni Dori, ci imbattiamo nel Bic Camera prima e nella grande libreria Kinokuniya, il maggiore di una catena di negozi sparsi prima in Giappone e poi in tutto il mondo. Il negozio ha ben sei piani, di cui uno dedicato a manga ed artbook legati al mondo del fumetto ed uno dedicato esclusivamente alla letteratura in lingua straniera, dove faceva bella mostra la versione inglese di "Kafka sulla spiaggia" di Murakami, allora ancora inedito in Italia. Alla fine siamo usciti dal negozio con un più maneggevole e leggero (in tutti i sensi) artbook di Nana, mentre - ahimè - ho dovuto lasciare un monumentale volume di Yoshitaka Amano, che era impossibile sfogliare per valutare l'acquisto.

L'artbook "Feel the Blast!", che raccoglie cover e illustrazioni varie apparse nei tankobon del manga fino al 2007, ci è costato 1714 yen (tasse escluse, se non erro) che all'epoca corrispondevano alla miseria di 10,08 euro. Per darvi l'idea di quanto la situazione euro-yen sia precipitata a nostro sfavore, se l'avessi acquistato oggi, mi sarebbe costato 14,16 euro!!





Sotto, potete vedere la back cover dell'artbook di Nana che abbiamo preso. Per quello che abbiamo speso, direi che nè è valsa la pena.


Passeggiando in una zona come questa il tempo vola per cui, senza che ce ne accorgessimo, si è fatta ora di pranzo.
La cosa non sarebbe un grande problema, a Tokyo è pieno di locali dove mangiare; al contrario, è stato difficile scegliere tra le centinaia di ristorantini e caffetterie disseminate ovunque, tutte coloratissime e accoglienti.
Non c'è che dire: i quartieri centrali di Tokyo sono l'ONU della ristorazione!
Scartando la cucina italiana, avevamo di che scegliere tra piatti francesi, americani, indiani, thailandesi, danesi, cinesi, cingalesi e, è banale sottolinearlo, giapponesi.
Ci abbiamo messo quasi un'ora a scegliere, ma alla fine abbiamo deciso di mangiare da Seiyriumon, un ristorante dall'arrendamento "gotico" che serviva cucina cinese-taiwanese.

(photo by Seiryumon website)
Questo è ciò che si vede appena entrati; evidente il tentativo di "fidelizzare" il cliente con la specialità della casa: gabbie e catene!



Nelle intenzioni dei gestori, il posto dovrebbe ricordare una fumera d'oppio di metà ottocento, a me è parsa più un mix di arredi tratti da un set di qualche film di Dracula e sull'inquisizione. Se volete una "sopresina" più orientale, vi consiglio la toilette!!

In ogni caso è stato abbastanza divertente mangiarci; abbiamo preso dei gyoza (ravioli al vapore) ripieni di carne di maiale o di gamberetti e kaisen komeko (grazie a Kazu per l'aiuto offerto alla mia traballante memoria!!).

Dopo il sospirato pranzo, una veloce occhiata da Mitsukoshi e ci siamo diretti, verso la Meiji Dori.

Prossima destinazione Shibuya!!